
Osservando in profondità le opere di Agata Arena, in arte Agata Sand e “leggendo” il suo contenuto materico, mi viene da pensare quanto i suoi luoghi, il suo “territorio” di vita e di appartenenza, abbiano interagito con la sua sfera emotiva e quanto per lei debba essere stato faticoso liberarsi dagli schemi pittorici tradizionali e approdare alla sua autentica essenza di artista. Analizzando il suo lavoro, possiamo immediatamente intuire il legame con la sua terra che in modo univoco si riflette sulle opere trasformando il sentimento del fare in un concetto materico che ci riporta all’elemento primordiale rappresentato dal fuoco che a sua volta diventa metafora della vita. Il fuoco infatti suggerisce il desiderio di cambiare e in un certo senso esorta al compimento. Così, nelle opere dell’artista, troviamo la sua matericità legata al fuoco, al vulcano, alla polvere lavica, dove si rispecchia la sua forza interiore e ciò avviene con una capacità sintetica dettata dal suo talento grazie al quale è capace di liberare il suo paesaggio interiore sprigionando le emozioni rese incandescenti.
Empedocle si gettò nel cratere dell’Etna: gli artisti, i pittori, i poeti si gettano nell’immagine del loro mondo, immagini cosmiche che si schiudono all’arte, al divino”.
Le opere di Agata mi fanno pensare ad un’opera “incompiuta” di Gaston Bachelard: un libro rimasto incompiuto, un testo “rimasto in cantiere”, il fuoco vissuto, titolo in cui riecheggia tutto il lavoro dell’artista.
Ogni opera, ogni paesaggio proposto rimane sospeso in una incompiutezza che porta l’osservatore a porsi davanti ad un’immagine drammaticamente ancestrale, vulcanica ed instabile, in continuo movimento proprio come avviene durante un’eruzione vulcanica che crea Chaos, energia che non potrà mai essere ferma e compiuta ma che al contrario, sarà mutevole, sfuggente e in parte indefinibile.
Agata Sand ripropone quindi questa sua forza ancestrale, traendo spunto dal suo luogo di appartenenza così come gran parte degli artisti contemporanei, consapevoli di dover attingere al loro inconscio raggiungendo solo a fine opera una sorta di luce razionale.
Si tratta di un’operazione complessa per quanto necessaria, per cui una volta raggiunta la capacità esecutoria, ci si libera da ogni premeditazione nel compimento dell’opera. Agata Sand si dimostra padrona di questa materia complessa, sa lavorarla e modificarla senza cadere in un linguaggio demagogico, conservandone l’animo più intimo e poetico, si affaccia al contemporaneo sapendo che la sua identità artistica è quella di rappresentare il proprio paesaggio interiore e lo fa con grande capacità e consapevolezza, restituendo la materia vulcanica in una visione cosmica che si distanzia dal mondo reale e terreno. È in grado di rendere la materia ispida e spigolosa nello stesso tempo vellutata e soffice, trasformando il materiale “grezzo” in opere d’arte, polveri nere o fuochi magmatici che per incanto diventano specchi della sua vita.
Agata Sand, che affronta gli studi accademici con esemplare dedizione e padronanza tecnica, libera il suo linguaggio artistico per approdare ad un vero e proprio “magma contemporaneo”, creando opere potentemente sensoriali come “Gea”, a mio avviso di grande impatto emotivo e che Kounellis, nell’affermare che non c'è arte senza il senso del mistero, senza incontro con il buio dell'angolo, avrebbe sicuramente molto apprezzato. “Gea” rappresenta un nucleo pittorico scultoreo primordiale e vitale, simboleggia l’inizio della vita stessa, lo sprigionarsi della natura in tutte le sue forme. Quest’opera rappresenta quindi la sintesi estrema del suo lavoro artistico, descrive la nascita della vita come esplosioni di lava provenienti dal ventre della terra.
Come conclusione di questo viaggio tra le opere di Agata Sand, mi piace ricordare un’altra opera fondamentale dal titolo “Abyssus”, un quadrittico materico che esprime, con grande maestria, l’enigma del nostro vuoto ancestrale e contemporaneamente il mistero della vita nella sua complessità.
Mauro Pipani
L’utilizzo di materiali primari, non addomesticati — cenere vulcanica, roccia lavica, elementi botanici rigorosamente provenienti dal territorio etneo (papiri del Simeto, pale di ficodindia, steli di erbacee disseccati) — inscrive la ricerca di Sand nella tradizione postbellica della materia inaugurata dall’Arte Povera, dove la sostanza naturale non è medium neutro ma organismo energetico, memoria geologica e dispositivo trasformativo.
La base di tutti i tableaux costituta da supporti di recupero e scarto, spesso cartoni da packaging o tavole di risulta, rifiuti o resti di cantiere, è lavorata in stratificazioni materiche con aggiunte di pigmenti e il richiamo ai processi di trasformazione naturale che sono alla base delle opere di Agata suggeriscono certamente un radicamento della sua arte nella teorizzazione avviata da Germano Celant nel 1967, con la sua predilezione dei materiali umili e naturali, tuttavia, su questa base, Sand, che oltretutto ha una solida competenza tecnico professionale come ingegnere edile, esperta di energie rinnovabili, instaura anche un dialogo fecondo tra Naturalità e Artificio con la mise en place contrappuntistica di soluzioni ipertecnologiche come dimostra la grande installazione IL QUADRIVIO DELLA RESILIENZA con il dispositivo centrale, FLUXUS, un ologramma infuocato che come la camera magmatica di un vulcano rappresenta il ‘crogiuolo della trasformazione’, anima di ogni processualità che caratterizza il fluire della Vita e dell’ Energia.
Sul piano visivo e concettuale i riferimenti artistici più pertinenti per Sand sembrerebbero gli autori del così detto NEOESPRESSIONISMO MATERICO TEDESCO degli anni ‘70 e ‘80. La cenere, la stratificazione materica ma anche il senso di rovina del paesaggio, la memoria tellurica del trauma, evocata dalla ‘croce’dei quattro pannelli inclinati a creare il cono di un metaforico vulcano di circa 5 metri di diametro, richiama la monumentalità simbolica ed entropica e la grandiosità delle opere di alcuni autori di quel movimento in cui si incontrano i temi del degrado, della dissoluzione, del disordine: il titolo CHAOS, dell’opera celata al primo sguardo del visitatore nella cripta piccola, ne è conferma. Allo stesso modo di alcuni dei più originali autori di quella corrente, Sand propone opere meditate e dense di temi filosofici, mistici, archetipici: CHAOS nel piccolo antro circolare, come in utero di femmina o nel grembo fecondo della Terra, celebra il seme segreto incubato dentro ogni processo degenerativo, pronto a germogliare di vita nuova non appena le condizioni lo permettano: la speranza di Rigenerazione/Resurrezione permea quindi il suo lavoro. Combustione, cenere e sedimentazione divengono linguaggi di una memoria arcaica e postuma insieme. A differenza dei Neuen Wilden la materia è però lavorata e composta con gentilezza pittorica (prevale il dripping e l’accostamento dei materiali organici), senza la brutalità dei gesti enfatici che caratterizzava quel movimento.
Il lavoro qui proposto da Sand, al crocevia tra pittura, scultura e installazione, per la dimensione mitica, sacra e ancestrale e la visionarietà legata alla terra alla natura e alla morte può essere accostato anche alla TRANSAVANGUARDIA ITALIANA.
Il rapporto materia/corpo/lesione/rigenerazione riporta anche all’INFORMALE MATERICO di Burri, alle sue combustioni, alle ferite della materia, alle sue superfici traumatizzate...
Tuttavia il focus del lavoro di Agata Sand e la sua attualità e contemporaneità è la sensibilità eco–geologica che in certo qual modo rimanda anche alla LAND ART e alla EARTH ART per la scala non antropocentrica in cui è declinato, dalla cosmogonia universale alla cosmologia terrestre, e tuttavia, non essendo site specific come quelle, può iscriversi ancor meglio nell’ambito delle più recenti pratiche di ECO ART CONTEMPORANEA o ARTE ECOLOGICA in cui protagonista assoluto è il PAESAGGIO inteso non come rappresentazione contemplativa ma come sistema vivente attraversato da conflitti biologici, climatici e antropici.
Cristina Barducci
She use of primary, untamed materials—volcanic ash, lava rock, and botanical elements strictly sourced from the Etna area (Simeto papyrus, prickly pear blades, and dried herbaceous stems)—places Sand's research within the postwar tradition of materiality inaugurated by Arte Povera, where natural matter is not a neutral medium but an energetic organism, a geological memory, and a transformative device.
The basis of all the tableaux, made of recycled and discarded materials, often packaging cardboard or waste boards, refuse, or construction site debris, is worked in material layers with added pigments. The reference to the processes of natural transformation that underlie Agata's works certainly suggests her art is rooted in the theorizing initiated by Germano Celant in 1967, with his predilection for humble and natural materials. However, on this basis, Sand, who also has solid technical and professional expertise as a civil engineer and expert in renewable energy, also establishes a fruitful dialogue between Naturalness and Artifice with the counterpoint of hyper-technological solutions, as demonstrated by the large installation IL QUADRIVIO DELLA RESILIENZA with its central device, FLUXUS, a fiery hologram that, like the magma chamber of a volcano, represents the "crucible of transformation," the soul of every process that characterizes the flow of Life and Energy. On a visual and conceptual level, Sand's most pertinent artistic references would seem to be the artists of the so-called GERMAN MATERIAL NEO-EXPRESSIONISM of the 1970s and 1980s. The ash, the material stratification, but also the landscape's sense of ruin, the telluric memory of trauma, evoked by the "cross" of the four panels tilted to create the cone of a metaphorical volcano approximately 5 meters in diameter, recall the symbolic and entropic monumentality and grandeur of the works of some artists of that movement, in which the themes of decay, dissolution, and disorder meet: the title CHAOS, of the work hidden from the visitor's first glance in the small crypt, confirms this. Like some of the most original artists of that movement, Sand offers thoughtful works imbued with philosophical, mystical, and archetypal themes: CHAOS, in the small circular cave, as in a woman's womb or the fertile womb of the Earth, celebrates the secret seed incubated within every degenerative process, ready to sprout new life as soon as conditions permit: the hope of Regeneration/Resurrection thus permeates his work. Combustion, ash, and sedimentation become languages of both archaic and posthumous memory. Unlike the Neuen Wilden, however, the material is worked and composed with painterly gentleness (dripping and the juxtaposition of organic materials prevail), without the brutality of the emphatic gestures that characterized that movement. Sand's work here, at the crossroads of painting, sculpture, and installation, can also be compared to the TRANSAVANGUARDIA ITALIANA due to its mythical, sacred, and ancestral dimension and its visionary connection to the earth, nature, and death. The relationship between matter/body/lesion/regeneration also harks back to Burri's MATERIAL INFORMAL, his combustions, the wounds of matter, his traumatized surfaces. However, the focus of Agata Sand's work and its relevance and contemporaneity is an eco-geological sensitivity that in a certain way also harks back to LAND ART AND EARTH ART due to the non-anthropocentric scale on which her work is expressed, from universal cosmogony to terrestrial cosmology. However, since it is not site-specific like those, it can be even better placed within the more recent practices of CONTEMPORARY ECO ART or ECOLOGICAL ART, in which the absolute protagonist is the LANDSCAPE understood not as a contemplative representation but as a living system traversed by biological, climatic, and anthropic conflicts.